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PE(N)SIAMO ALLE NOSTRE PAROLE



Condivido una riflessione sull’uso delle parole che ogni giorno rivolgiamo ai nostri bambini,

spesso senza pensare al peso che esse hanno nel loro significato profondo.


“SEI CATTIVO!”

“NON TOCCARE, È CACCA!”

“SEI TROPPO PICCOLO PER QUESTO!”

“SEI TROPPO GRANDE PER QUEST’ALTRO!”

“NON CORRERE!”

“NON SUDARE!”


Credo che ogni genitore, me compresa, abbia utilizzato almeno una di queste affermazioni rivolgendosi ai propri figli.

Se ci fermiamo a riflettere, ci accorgiamo di quanto spesso possa capitare di trasmettere messaggi ambigui e con un peso specifico importante.


Proviamo a osservare le parole che usiamo, andiamo all’origine e al significato di ciò che realmente esse significano.


“SEI CATTIVO!”: l’aggettivo ‘cattivo’ deriva dal latino e significa letteralmente «prigioniero del diavolo». È l’opposto di buono, in quasi tutti i suoi significati.

Il famoso vocabolario Treccani recita: “malvagio, perverso, disposto al male. Di atti e comportamenti, disonesto, o comunque non retto, riprovevole, degno di biasimo o di condanna morale, indocile, capriccioso, irrequieto, scortese, duro


Dire a un bambino che è cattivo non è certo un complimento.

Voler stigmatizzare una serie di comportamenti che all’adulto non piacciono con l’etichetta ‘cattivo’, non facilita la possibilità di capire davvero in cosa il bambino abbia sbagliato e come possa, successivamente, rimediare.


Un’alternativa maggiormente rispettosa? “Questo comportamento non va bene, prova a fare diversamente”

Tutte le volte che abbiamo la tentazione di dire “Sei cattivo!” cerchiamo invece di restare legati al comportamento presente, cerchiamo in sostanza di aiutare nostro figlio a individuare quale sia il comportamento sbagliato offrendogli la possibilità di pensare a un’alternativa.


“NON TOCCARE, È CACCA!”: è abitudine del genitore italiano utilizzare questa espressione tutte le volte che non vuole che il bambino tocchi qualcosa, come, ad esempio, una bottiglietta d’acqua lasciata al parco da qualcun altro.

Chiamare “cacca” qualcosa che, evidentemente, non lo è, confonde profondamente il bambino.

Se è una bottiglia di acqua non è, effettivamente, cacca; se è una presa elettrica, non è cacca; se è un pezzo di torta, non è cacca.


Inoltre ripetere instancabilmente: “Non toccare, è cacca!” convince il bambino che la cacca, quella vera, sia una sostanza radioattiva capace di provocare chissà quali danni irreversibili, qualora venisse toccata.

Il bambino ha bisogno di fare esperienza di cosa sia realmente la cacca, la sua cacca. Deve poterla vedere, poter sentire che ha un odore, una consistenza per comprendere come funziona il corpo umano e per vivere al meglio il fondamentale passaggio di autonomia dal ‘mamma e papà mi aiutano a togliere la cacca che ho fatto nel pannolino’ al ‘imparo a controllare lo stimolo e faccio la cacca nel vaso come gli adulti’.


Un’alternativa valida al perentorio “Non toccare, è cacca!”?

“Quella bottiglietta non è la nostra, meglio lasciarla lì dov’è” - “La presa elettrica può farci prendere la scossa, meglio giocare con qualcos’altro” - “La torta davvero buona, potrai mangiarla dopo la pasta”


“SEI TROPPO PICCOLO PER QUESTO!” - “SEI TROPPO GRANDE PER QUAST’ALTRO!”

Il concetto di grande e quello di piccolo vengono interiorizzati presto dal bambino, prima dei concetti di “alto-basso”, “lungo-corto”. Noi adulti utilizziamo a nostro piacimento questi concetti, provocando confusione nei nostri piccoli grandi interlocutori.


“Sei piccolo per usare le forbici, sei piccolo per camminare in giro senza dare la mano a

mamma o papà, sei piccolo per scegliere i vestiti che vuoi indossare”


Al contrario: “Sei troppo grande per piangere, sei grande per stare in braccio al papà, sei

grande per bere ancora il latte”


Sono piccolo o sono grande?!

I bambini non sono piccoli e non sono neanche grandi. Sono bambini.

Bambini di 2 anni, di 5 anni, di 10 anni, etc


Ogni età, ogni fase di sviluppo, comporta la possibilità di poter fare o non poter fare una serie di cose. Il nostro atteggiamento dovrebbe essere sempre orientato all’autonomia del bambino, con l’attenzione prioritaria alla sua sicurezza.


Alternativa? “Questa cosa la potrai fare tra un po’ di tempo”; “Con il mio aiuto, possiamo farlo insieme”; “Può capitare di sentirci tristi ogni tanto”; “Va bene sentirsi al sicuro tra le braccia del papà”; “Il latte della mamma è una dolce coccola


Arriviamo, dulcis in fundo, a quello che inevitabilmente mi capita di sentire quando vado al parco: mamme e papà leggermente apprensivi ordinano a bimbetti di 4/5 anni di “NON

CORRERE!” e, quasi sempre in aggiunta, di “NON SUDARE!”

Ricordiamoci che sudare è un meccanismo fisiologico involontario. Un bambino non può scegliere di non sudare mentre si muove nello spazio, mentre sale sullo scivolo, o mentre corre.

Le richieste del genitore risultano, anche in questo caso, irrealizzabili.


Lasciamo che i bambini facciano i bambini. Hanno tante di quelle energie nei loro corpicini che hanno bisogno di tirarle fuori.

Va bene correre, se lo fanno in un luogo sicuro; va bene sudare.

Magari un giorno al parco mi capiterà di sentire: “Divertiti amore mio, se hai bisogno di me sono qui”


Pensiamo e pesiamo le nostre parole.

Le parole creano la realtà e fondano l’identità dei nostri figli.

È nostro il potere di usare quelle migliori, perché costruiscano sempre e non confondino mai.



Foto di Andrea Piacquadio


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