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FAMIGLIE IN-QUIETE



Da diversi anni, tra i magneti, sul nostro frigorifero c’è la frase di Becky Bailey che dice:

‘Quando voi stessi sarete un esempio di autocontrollo, i vostri figli mostreranno un

autocontrollo che non avreste mai pensato potessero avere’


Se riusciamo sempre a tener fede all’affermazione? No. Siamo umani e sbagliamo.

Ci chiediamo scusa, ci raccontiamo i motivi delle reazioni e ripartiamo.

‘Ma se chiedo scusa non sarò meno credibile?’ ha chiesto una volta un papà in un Percorso di Accompagnamento alla Nascita.

‘No, sarai giusto, leale e i tuoi figli lo apprezzeranno’

I nostri figli, con quello spiccato senso della giustizia e quella implacabile sete di argomentazioni, apprezzano.


Perchè parto dall’autocontrollo e dall’argomentare le proprie scuse quando lo si perde?

Perchè le nostre storie di genitorialità si muovono come sulle montagne russe e sono piene di salite e brusche discese e poi adrenaliniche svolte panoramiche e poi ancora tratti in cui si scende giù in picchiata per risalire d’un fiato.


Per vivere questo movimento costante occorre essere saldi e compassionevoli: mostrare autocontrollo e non temere la propria vulnerabilità, non credersi impeccabili.

Il primo atteggiamento salverà la famiglia dalla deriva, il secondo salverà noi da una idea di

perfezionismo poco utile e funzionale.

Siamo, tenendo sempre a mente l’immagine delle montagne russe, delle famiglie inquiete.


L’inquietudine è definita nel dizionario un turbamento, uno stato di apprensione e preoccupazione.

In realtà, è molto di più.

C’è chi l’ha definita la nostalgia dell’essere, poiché il cuore inquieto è tipico di chi non si accontenta di un orizzonte limitato, di risposte preconfezionate, di relazioni imballate con la plastica del perbenismo.

Questa benedetta inquietudine è un passaggio, una possibilità essenziale che ci è data, per ascendere a nuovi livelli di coscienza e pertanto di esistenza.

Chi si accontenta delude le aspettative enormi della vita stessa.


‘Tutto qui?’ sembrano chiedere gli occhi profondi dei nostri figli in certe giornate, specie a scuola.

No, non è tutto qui. E per affermare questo NO ci vuole un orizzonte interiore più ampio che preveda la capacità di stupirci ancora di ogni attimo, di tutte le cose.

Di accogliere la vita.


Dove trovare questa distesa di possibilità se non dentro noi stessi?

Noi siamo Tutto Possibile.

I nostri figli lo sanno, la nostra società cerca con forza di farglielo dimenticare e noi? Forse lo abbiamo dimenticato e questo non ci permette di rinforzare questa credenza nei nostri ragazzi.


Non si può dare ciò che non si ha.

Se non lavoriamo amorevolmente su noi stessi non possiamo essere in grado di lavorare come padri e madri.

Arrancheremo e ci sfibreremo, perché spesso le nostre giornate sono come vivere con un frullatore perennemente acceso e... senza coperchio!


Se c’è un guasto in aereo, e siamo con i nostri figli, ci viene indicato di indossare per primi la maschera dell’ossigeno, altrimenti l’ipossia ci impedirà in pochi istanti di aiutare anche loro.

Salvare noi stessi per salvare loro.

Questo è il grande atto d’amore che ci è richiesto.


Prenderci cura di noi per poter crescere insieme ai nostri figli armoniosamente.

Ognuno ha le sue vie per portare a compimento questa inquietudine e trasformarla in una strada aperta sul Tutto Possibile.


Vi racconto la mia.

Medito da quando avevo 15 anni.

Il perché l’ho capito quando abbiamo conosciuto il mondo della plusdotazione grazie ai nostri bambini.

Una mente straripante, sempre in moto, sempre attiva nel creare mondi e mondi, una emotività ramificata fin nell’ultimo spazio dell’essere, che quei mondi li sentiva.


C’era una inquietudine in me, una sete di senso, che nulla sapeva saziare.

Nè la scuola, né le relazioni.

Le aspettative erano sempre troppo alte e quindi immancabilmente deluse.

Ovunque. Sempre.


Fino a quando non si è aperto, da quella inquietudine, un varco.


Attraverso la meditazione ho cominciato piano piano a lavorare sul mio orizzonte, lasciando che gli altri facessero le proprie scelte, che le cose intorno restassero le stesse mentre io mutavo senza sentirmi legata alle vite degli altri.


Il processo non è ovviamente terminato, anzi!


L’essere madre (e madre di bambini plusdotati!) ha dato una sferzata non di poco conto alla mia storia personale, alla nostra storia di coppia e poi di famiglia.


L’inquietudine ha aperto la strada alla quiete. La apre continuamente.

Solo dopo un temporale si apprezza la quiete, e come sono belli quei cieli dopo la pioggia, quando l’aria è come rinnovata e il mondo sembra al suo primo giorno di possibilità!


Attraverso la meditazione ho sperimentato una potenzialità su tutte, quella di permettermi diricominciare sempre. Da ogni respiro.

Perchè la meditazione è lo stato naturale dell’umano.

Ciò che si sperimenta durante la pratica è d’essere il palcoscenico a scena aperta di tutte le possibilità della vita, come quando si viene al mondo.

Meditando si è ricondotti nel grembo stesso della vita e partoriti alla nostra autentica dimensione per vivere una vita autentica, piena.

La nostalgia dell’essere trova casa in un faccia a faccia con l’essere stesso.

In meditazione non si può barare, si è nudi davanti a se stessi. Si fa la verità.


Questo è il mio più grande aiuto alla mia storia di madre.


La meditazione acuisce la consapevolezza, ovvero la capacità di essere presenti a se stessi, e questo ci offre l’occasione per non reagire impulsivamente agli eventi ma scegliere la risposta giusta.


Con i nostri figli questa capacità è salvavita.

Ed è solo una delle chiavi possibili.

Il fulcro è sentirsi, con loro, in cammino nella pienezza della vita.


Piccola pratica meditativa

Ogni meditazione parte dal corpo che siamo.

Mi siedo in una postura stabile e comoda.

Sento il corpo, ad occhi chiusi.

Il grande volume delle gambe mi permette di sperimentare la stabilità.

Il tronco, ed in particolare la colonna vertebrale, mi da l’occasione di sentire la flessibilità.

La testa, così spesso carica e pesante, è leggera sul collo.

Respiro attraverso le narici e pian piano lascio che il respiro discenda fino all’addome.

Immagino, se non riesco a sentire un sole dai raggi rosati che si leva dall’addome fino a raggiungere il suo culmine nel luogo del cuore.

Ad ogni respiro una nuova aurora.

Resto in questo luogo di quiete per un tempo che gradualmente può aumentare di pratica in pratica.

Con gentilezza ascolto nuovamente il corpo, le mani, i piedi, la colonna vertebrale.

Ritrovo connessione con lo spazio nel quale mi trovo.

Riapro gli occhi.

Riparto per una vita che sia

‘nuove possibilità ad ogni respiro’



Foto di Pavel Danilyuk



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